Un’area che attraversa tre province
Il disciplinare limita la produzione a determinate aree delle province di Viterbo, Roma e Latina. Fra i comuni elencati compaiono Ladispoli, Cerveteri, Civitavecchia, Fiumicino, Roma, Campagnano, Sezze e altri territori nei quali la coltivazione ha sviluppato una presenza storica.
Questa geografia spiega il nome completo della denominazione: Carciofo Romanesco del Lazio. Ladispoli ne rappresenta una delle espressioni più note, ma il paesaggio produttivo è regionale.
Forma, colore e dimensioni
Per il consumo fresco il disciplinare descrive un capolino di forma sferica, con colore dal verde al violetto. Stabilisce inoltre dimensioni minime: dieci centimetri per i cimaroli e sette centimetri per i capolini di primo e secondo ordine.
Le cultivar storicamente descritte sono Castellammare e Campagnano con i relativi cloni. Cambiano precocità e produttività, ma rimangono riconoscibili la compattezza, l’assenza di spine e le sfumature violette delle brattee esterne.
Una raccolta manuale e scalare
La raccolta avviene a mano e in più passaggi, seguendo la maturazione dei capolini. Il periodo indicato inizia a gennaio e può proseguire fino a maggio. È questa continuità stagionale a collocare naturalmente la grande festa cittadina nel cuore della primavera.
